Uranio impoverito, ora le vittime sono 46
Davide Madeddu
(fonte "L'Unità)Adesso le vittime sono 46.Tanti sono i militari uccisi dai linfomi sorti dopo le missioni di pace all'estero. In aree considerate a rischio «per la presenza di uranio impoverito». È il «popolo dei militari dimenticati»,
quelli che, come rimarcano anche i familiari di quelli che «non ce l'hanno fatta».
«È cronaca di ieri la morte dell'ultimo militare per un linfoma provocato probabilmente dall'uranio impoverito - denuncia Falco Accame, presidente dell'Anav Faf - si tratta di un giovane di 28 anni che aveva prestato servizio in Kosovo e in altre zone considerate a rischio proprio per la presenza di uranio impoverito». Il suo nome non è stato ancora reso noto «perché - come spiega Accade che segue la vicenda - i genitori hanno chiesto un po' di tempo».
L'ultimo ma non meno importante degli altri 45 casi che si sono registrati negli ultimi quindici anni. «Il fenomeno è in crescita ed è sempre più preoccupante - prosegue Accame - ogni giorno alla porta della mia associazione bussano ragazzi disperati o genitori che chiedono aiuto per far fronte a situazioni veramente preoccupanti». E non sempre si tratta di genitori o parenti prossimi di militari stroncati da un tumore. Altre volte a bussare sono gli stessi militari che combattono contro il male. «Ieri a Bari un giovane militare ha subito una grave amputazione - prosegue Accame - e non è, purtroppo, l'unico caso». I numeri forniti dall'Anav Faf e dall' osservatorio militare di Domenico Leggiero parlano di 513 militari colpiti da linfoma e attualmente in terapia in diversi centri oncologici d'Italia. «Sono giovani che vanno avanti facendo la spola tra un ospedale e l'altro cercando di salvare la pelle - spiega Domenico Leggiero - i dati che abbiamo elaborato sono veramente preoccupanti e raccontano un fenomeno in crescita».
Situazioni in cui la disperazione per il male si associa a quella per le condizioni economiche, come aggiunge il responsabile dell'Osservatorio militare. «Molto spesso i militari malati, oltre a perdere la salute, rischiano di far perdere lavoro e casa ai familiari perché non arrivano subito gli indennizzi e non si riesce a vivere con 500 euro al mese». Non risparmia critiche a chi in Parlamento ha seguito il problema. «Cosa si è fatto sino a oggi? Poco o nulla, e d'altronde basta vedere i risultati della vecchia commissione d'inchiesta che si è conclusa con un nulla di fatto».
Basti leggere le conclusioni della relazione a partire da pagina 28. «In conclusione - si legge -, non può non rilevarsi che il pur intenso lavoro condotto non ha consentito di pervenire a conclusioni univoche su alcune delle questioni affrontate». Cosa poi è presto spiegato. «In primo luogo, si è dovuto constatare come la Commissione non abbia ancora potuto disporre di dati certi sul numero dei militari impegnati in missioni internazionali di pace all'estero che hanno sviluppato neoplasie». Non è tutto. «Sebbene non vi sia stata la possibilità di effettuare verifiche approfondite sui casi in assunto non censiti, appare verosimile che alcuni dei soggetti che si sono ammalati di forme tumorali dopo aver preso parte alle missioni siano sfuggiti alle rilevazioni dell'Amministrazione della difesa sulla base delle quali la Commissione Mandelli ha elaborato». Non è poi più rassicurante anche l'altra parte della relazione conclusiva.
«Rimangono poi aperti gli interrogativi ai quali in precedenza si è accennato circa i danni a lungo termine per la salute dei militari e delle popolazioni residenti che potrebbero derivare dall'esposizione ai particolati fini e ultrafini che si disperdono nell'ambiente in occasione di combustioni ad altissime temperature, temperature che si determinano nell'impatto di proiettili a uranio depleto (l'uranio impoverito) contro le superfici colpite e nello smaltimento di rilevanti quantitativi di munizioni all'interno dei cosiddetti «fornelli».
Una situazione che, come si augura Leggiero, dovrebbe migliorare con la nuova commissione d'inchiesta. «Tanti giovani militari e civili - fa sapere la senatrice Lidia Menapace, presidente della commissione palamentare di inchiesta sull'uranio impoverito - si sono ammalati, ignari degli effetti dell'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito e della dispersione nell'ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni». E mentre la senatrice assicura il «massimo impegno, personale e della Commissione», continua la mobilitazione delle associazioni. E non è certo un caso poi che alcuni familiari delle vittime abbiano deciso di fare causa allo Stato. Vogliono sapere e conoscere. E soprattutto evitare che «il male miserabile faccia altre vittime».
Pubblicato il: 11.03.07

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